RV 2308

“Eh, a mamma, nun te la magnà n’altra merendina”
Bambini urlanti e tablet soporiferi
Pecore, cavalli, ulivi, ruderi
– le pagine di un’ Internazionale sgualcita.

Arrivo e partenza fanno poca differenza
per un cuore solitario.
Le stazioni illuminano
solo chi le attraversa mano nella mano

F di Ferragosto

E’ lì, la vedo. La felicità è là dietro, oltre questo groviglio. Allungo una mano: provo ad avvicinarmi, ma trovo solo il cotone. La ragnatela è soffice, ma è appiccicosa. Stendo il braccio e i muscoli si stirano. Lassù non sembra troppo lontano, né quaggiù si starebbe poi così male. Oltre questa rete però, io lo so, c’è un mare.

Anzi, più d’uno: c’è un mare di persone,

c’è un mare di parole,

c’è un mare di sogni,

un mare di giorni,

un mare di idee,

un mare di nuovo.

Anche questo, a suo modo, è un mare. Ma lassù – lo vedi anche tu? – lassù è un altro mare. Un mare dove ci si può tuffare, un mare dove si può nuotare o che puoi navigare, dipende da quanta fatica vuoi fare. Prima però ci sono i rami che non è giusto tagliare, anche se sono così sadici da fartelo solo intravedere, il mare. E prima ancora c’è questa ragnatela meschina, con la sua morbidezza e la sua debolezza. Ma è solo apparenza.

Mi alzo in piedi, il braccio è ancora teso verso lassù – dài, provi anche tu? Mi alzo in piedi e la ragnatela mi avvolge. La rompo: rimane la colla. Dimeno le braccia, non mi pulisco dei brandelli: non c’è tempo per la mia fame di quel mare. La vedo, la felicità, è lì dietro e pare vicina.

Allungo ancora la fisarmonica delle mie vertebre e mi alzo sulle punte dei talloni. Questi rami, solo a guardarli, ti tolgono l’aria dai polmoni. Non sarà facile salire: c’è una trama da infilzare con prudenza e meticolosità. Non si può affondare l’ago dove capita.

Che poi se quel mare mi sembra così bello è anche perché era noioso quello di quaggiù: duro e pieno di aghi, di vespe e di ragni che tessono la tela a un centimetro dal tuo naso.

Dài, alzati anche tu.

Le gambe mi si stendono sempre di più, sono sempre più alta: se continuo così finisco che ci arrivo lassù – sforzati, non te lo chiedo più!

Continuo ad alzarmi, non posso fermarmi. Salgo tra le foglie e qualcuna mi si impiglia nella maglia. Salgo ancora, zigzago tra gli alberi, finché un ramo mi graffia un polpaccio. Sembrava più vicino il mare ma è lì, lo vedo.

Sento già che l’aria è diversa: niente ragni, tanto per cominciare ma anche le scie chimiche sono lontane. Superate anche quelle, allora sì che ci sarà il mare. Io continuo a salire – anche per forza: non so frenare. In fondo però mancherà poco: inizio a sperarlo, almeno, perché non mi sento più laggiù, ma non mi sento neppure ancora lassù.

Ma io continuo a salire

Un po’ più su,

un po’ più su,

un po’ più su.

Ormai tu non vieni più.