Now playing | Ninnananne

Rosso che manca di sera di Ilaria Graziano & Francesco Forni

A me piace ritornare
per andare, per partire.
A me piace restare con te
tra strade scure ed improbabili tramonti,
tra confessioni, segreti e monti.

Pioggia rossa violenta lava il mio passato
increspato di nubi tra cieli sereni e sottili veleni.
Rosso che manca di sera,
vorrei che duri più a lungo questa chimera.
A me basta andare senza arrivare mai,
senza una casa da chiudere a chiave.
E quando ti passerò accanto saremo separati
dalla terra e dal vento.
Chiederò al contadino di portarti il mio pianto e un sorso di vino
per sfuggire al lamento di un cuore ormai spento.

A me piace perdonare le bugie, credere alle mie
a me piace parlare con te
tra sogni infranti e tragiche risate
scambiando errori per tenere cadute.
Pioggia rossa diventa l’odore del passato
increspato di nubi
tra cieli stellati e amanti poco amati.

Rosso che manca di sera
vorrei resistere a questa chimera.
A me basta andare senza arrivare mai,
senza una casa da chiudere a chiave.
E quando ti passerò accanto saremo separati
dalla terra e dal vento.
Chiederò al contadino
di portarti il mio canto e un sorso di vino
per sentire il lamento di un cuore ormai spento.
Chiederò al mattino
di portarti per mano in un campo di fieno
a respirare il lamento del mio cuore ormai spento.

Ho scoperto Edda

Arrivo adesso a San Francisco e, come è usanza in quella città, tolgo le vesti e rendo pubblica la mia nudità. Là funziona così, l’ho scoperto ieri sera, tra una chiacchiera e un ammazza-caffè, in centro ad Arezzo.

La mia nudità sono le parole di una canzone di Edda che ho ascoltato più e più volte alle due di notte, guardando le luci della città da un colle senz’anime. Anche Edda l’ho scoperto ieri sera e sempre ad Arezzo: lui, i suoi tic scattosi, le sue urgenze sedate con qualche colpo più violento sulla chitarra.

La mia nudità si intitola “Tu e le rose” e magari incidesse il petto dalla cassa toracica, con una motosega. No – “Tu e le rose” è un bisturi che mi recide il seno dall’attaccatura, lo alza come fosse un blocco unico, arriva là dove pulsa e stacca: vene, arterie e aorta – una ad una, come fossero cavi elettrici.

“Tu e le rose”. Buio.

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I black out costringono la gente a pensare – anche questo l’ho scoperto ieri sera. La realtà è che a mettere insieme i pensieri sbagliati, si finisce in cortocircuito.

 

 

Io e l’amore non c’ho mai voluto niente a che fare (Tu e le rose).

A Edda riesco a passare anche un italiano affrettato. Come il suo parlare da donna e in prima persona, nonostante la voce ruvida – che c’è di strano: dopotutto si chiama Edda, no?

Io sono Edda, questo lo so, è un problema aggiunto a quelli che non ho. Essenzialmente rinascerò, cervo a primavera di sicuro no. (…) Io sono bellissima, issima, ho voluto l’amore ma devo pagare. Ho sognato l’amore, adesso pagare. (Bellissima)

Sul palco salta e balla e ogni tanto gli scappa una felicità da bambino. Sfoga con assoluta libertà quegli istinti tradotti in suoni e parole che mi inchiodano i piedi al pavimento. Sono disperatamente stanca e le disperazioni mi stancano, ma quelle di Edda sono elevazioni, anche se sembrano portarti giù fino al centro della Terra.

Hari hari hari hare, porto il mio coniglio a scuola, rosa! Hey tu, lacrimosa, scegli la spina e non la sposa (Coniglio Rosa)

Finte filastrocche. Rime elementari come decori che sbordano da un fazzoletto di tessuto grezzo. Testi densi, concentrati: sottovuoto.

Non parlare di cose che non capisci, non lo fare. Non parlare che restiamo amici, non fiatare. Non parlare che il silenzio è d’oro, vuoi provare? Non parlare signorino che tu non lo sai fare. Perché adesso io c’ho la malattia che ho preso da te, infettati con me. Signorina magrolina malatina, la tua carne che si scioglie come idrolitina. (HIV)

“Meno male che i brani sono veloci e efficaci, come le pillole”. Non faccio in tempo a pensarlo che già ne sono dipendente, incastrata tra paure e necessità che schiacciano, schiacciano – “Sai che novità?!”

Illumina la notte, non mi lasciare sola. Dormi e vieni su di me, cosa sono chi lo sa? Illumina la notte, non mi lasciare ora. (Dormi e vieni)

La verità è che ieri sera Edda mi ha portata in una dimensione altra, fatta di scherzi e strazi, di giochi e catene. Dentro la superficie, non ancora sotto, esattamente dentro. E lì, esclusa da un cielo che non è cielo e al riparo dalla finzione della realtà,  ho scoperto uno spazio nuovo.

La verità è un’empietà, un’iniezione di eroina senza onestà. (Yamamay)

 

Chi dice la verità non può chiamarsi Rampoldi. (Saibene)

 

Rivelazioni in pausa p.

Ti bacio, figlia mia, perché non ti ho mai visto e non ti vedrò mai. Ti bacio, perché so che ci sarai.
Imperatrice d’ombra e di vendetta – ti bacio, perché tu non mi avrai mai.

Tua madre ti ha donato la purezza e il ventre che nasconde la bellezza, l’istinto che comanda l’indulgenza.
Ti bacio, perché non mi vedrai mai.

Sai di me e di te, carne e sangue.

Ti insegneranno cose che non serviranno mai. Ti insegneranno ciò che non vorrai. Consegnerai il tuo corpo alla dolcezza, cercandoti senza trovarti mai.

Nel crimine che adora l’innocenza, l’attesa che acuisce la distanza. Rifioriranno rose ed incoscienza, trovandoti senza cercarti mai.

Sai di te e di me, carne e sangue.

Dove siamo stati? E dove andremo?

Sai di me e di te – Dove siamo stati? E dove andremo?

Sai di te e di me, carne e sangue.

 

[Una nuova innocenza, Paolo Benvegnù]

Ripetizioni

“Il rispetto è stato inventato per colmare il vuoto che dovrebbe riempire l’amore. E se tu non mi ami è meglio, è più onesto se lo dici”.

Anna Karenina, Lev Tolstoj, 1877.

Appunti, ricordi e promemoria. Lezioni da ripetere prima dell’alba

L’evidente necessità del ricordo

– Perché Nevers?
– Perché a causa di Nevers posso solo iniziare a conoscerti e tra le migliaia di cose della tua vita, io scelgo Nevers.
– No, non è per caso. Devi dirmi perché.
– È là, mi sembra di aver capito che tu fosti così giovane, così giovane da non appartenere oggi ancora a nessuno.
È là, mi sembra d’aver capito che io ho rischiato di perderti.
È là, mi sembra d’aver capito, che tu hai dovuto cominciare ad essere così, come sei oggi”.

Hiroshima mon amour (1959)

Alain Resnais
(3.06.1922 – 1.03.2014)

(Grazie, Amigdala)

Una poesia di Federico Fiumani

Federico Fiumani (Osimo, 7 maggio 1960), cantautore, chitarrista e scrittore italiano. È il chitarrista e, dal 1989, cantante dei Diaframma, gruppo rock italiano nato a Firenze negli anni ottanta (fonte: Wikipedia)

E che Dio benedica Tim Barners-Lee

“CAMILLA”
Sei forte, tesoro,
anche se non sembra
di certo sei fortissima
in grado di reggere urti
e di controbattere a mitraglia.
Devo stare attento a te,
bellissima e fortissima,
con un’energia raramente ostentata
ma sicuramente presente
nella mia pelle,
prima ancora che nella tua.

– Federico Fiumani, L’Orologio Biologico 1991

Presto smetto

Un soldato di plastica
I giochi miei non ti hanno mai insegnato ad impugnare scuse
su come non farcela.

Prendi quello che abbiamo avuto
ieri è giusto che ci sia domani.
Prendi quello che abbiamo avuto
ieri è giusto che ci sia.
Ma il tempo vuoi e non importa.

Parole che cadono
ai colpi trasversali di un esercito di cellule impazzite
che Milano bombardano

Cambia tu le regole
di questo gioco perché io ci sia
domani
Cambia tu le regole
di questa guerra perché io ci sia..
Ma il tempo vuoi

La gente che non ha niente da fare
si dimentica di noi,
protetta dall’avvento dei nuovi mercati alternativi
ai nostri guai.

Vieni anche tu nella città dei caroselli, delle madonnine,
delle guglie asmatiche, delle puttane,
dei tribunali messi a testa in giù.

Punta tutto sulle mie promesse,
gioca un briciolo di colpa sulle tue scommesse.

La Milano della moda
La Milano dei capelli deboli e poi persi