Aquí está la enfermedad!

Un topo squittisce; buio e silenzio rendono il suo lamento impossibile da geolocalizzare – probabilmente fintamente vicino. Rivaluto il freddo: perlomeno dà l’impressione che l’aria nella stanza sia molta di più. I muri non collassano solo a patto che io spenga la luce.

Chissà se è il tempo. Chissà se ritarderà per la pioggia.

La predisposizione è quella dell’attesa. Ripasso a mente, le cose da fare subito prima di partire. Quando arriverà non ci sarà un secondo da perdere.

Il tempo già ci corre dietro; ci sta sul collo.

Ogni tanto, un sussulto mi scuote: il petto scatta in alto, le gambe una alla volta si staccano dal letto e vanno verso l’alto. La sensazione è quella di essere caduta improvvisamente per l’assenza di gravità.

Partiremo senza lasciarci nulla alle spalle: nessuna traccia per chi abbandona il reale in tutta clandestinità. Fors’anche sbagliato, quando una parte si è avviata non resta che intuirne la scia e seguirne i passi.

Il topo da lontanovicino ancora squittisce.

Lo squillo di un telefono  – forse è solo la mia immaginazione.

Fuera! Fuera! Aquí está la enfermedad! Aquí es la tierra de los infermos!

 

[Ultimo libro letto: Luciano Funetta, “Dalle rovine”, Tunué 2015]

 

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