Viale Enrico De Nicola

Ho visto un corvo beccare le interiora di un piccione squarciato, in mezzo alla strada, noncurante dello sfrecciare di macchine in viale Enrico De Nicola, a Roma, di fronte alla stazione Termini. Ho continuato a guardarlo mentre un camion, passato troppo vicino, lo prendeva sotto di sé e lo trascinava qualche metro. L’ho visto divincolarsi e volare via, basso; schivare altre macchine e poi prendere quota; salire su e ancora su fino a raggiungere un albero tra i più vicini.

In viale Enrico De Nicola, a Roma, di fronte alla stazione Termini, questa mattina, ho incontrato l’uomo che ieri pomeriggio dormiva sul 64. Era già addormentato quando sono salita sull’autobus, alla fermata Cavalleggeri, appena un paio di fermate dopo la partenza da Stazione San Pietro, il capolinea. Quando, a Termini, tutti i passeggeri sono scesi, lui è restato lì e io l’ho guardato ancora una volta: non pensavo che pochi minuti dopo l’avrei trovato su un altro autobus.
Viale Enrico De Nicola, a Roma, di fronte alla stazione Termini, situazione sul 310: il signore con la faccia assonnata inveisce contro una ragazza filippina. “Che cazzo guarda, sta faccia di merda? Eh? Faccia di merda, che cazzo ti guardi?”

Stamani, mi sono voltata verso di lui come se il suo odore mi avesse chiamata per nome. Una puzza sbiadita, forse solo potenziale – l’odore naturale di chi non usa sapone. L’ho riconosciuto: lui e la sua elegante figura. L’ho affiancato in prima fila, superando gli altri pedoni che aspettavano il verde. I suoi capelli, dal taglio curato, recentemente tinti, erano visibilmente unti. Portava una ventiquattrore e l’impazienza tipica di chi sta sui marciapiedi a quell’ora del mattino, con la giacca, la cravatta, il rosso al semaforo e la convinzione di avere un posto dove andare.

Senza nome

Chi invece sembra non curarsi minimamente di dove e quando andare è la coppia accampata sul marciapiede opposto, in viale Enrico De Nicola, a Roma, di fronte alla stazione Termini. Trascinano il grande accrocco che è la loro casa fin sotto il porticato più vicino, quando piove. D’inverno, la loro mise è un ammasso di coperte, che li rende simili a due cavernicoli ricoperti delle pelli degli animali cacciati. Spuntano, da sotto, i loro piedi, gonfi e neri – una vaga reminiscenza di umanità. Mi è capitato di vederli riscaldarsi attorno a un fornellino da campeggio. Sui sampietrini di viale Enrico De Nicola, a Roma, di fronte alla stazione Termini e al fianco della coppia accampata, c’è una scatoletta di tonno aperta e vuota per metà. L’ennesima goccia di olio cola lenta dalla parete di latta e alimenta la gora unta, sotto, tutt’intorno la scatoletta. È un piatto e il bordo coincide con il confine di un mondo, quello della sopravvivenza – ed io mi sento di far parte di quello dei fantasmi.

Quel mondo schifa la coppia arrivata da lontano per ammirare le bellezze della Città Eterna. Quattro occhi fissi sulla mappa e l’incertezza dei passi destata da una scatoletta di tonno sul marciapiede di viale Enrico De Nicola, a Roma, di fronte alla stazione Termini. La schiva con disgusto, cambiando traiettoria per fermarsi e riorientarsi nel grande parco giochi dei latini. Il sole batte a picco sul selciato ed esalano gli odori di asfalto-misto-piscio della Capitale dal vero vissuta. È il souvenir che si attacca addosso, ancora una volta, dopo la puzza di fogna di Venezia. Non era bastata allora la lunga vasca, di ritorno all’albergo pluristellato. Non erano bastati i sali da bagno, né le creme da corpo, né basteranno stavolta. “Troviamo queste cazzo di Terme di Caracalla e andiamoci a rilassare”.

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