Ho scoperto Edda

Arrivo adesso a San Francisco e, come è usanza in quella città, tolgo le vesti e rendo pubblica la mia nudità. Là funziona così, l’ho scoperto ieri sera, tra una chiacchiera e un ammazza-caffè, in centro ad Arezzo.

La mia nudità sono le parole di una canzone di Edda che ho ascoltato più e più volte alle due di notte, guardando le luci della città da un colle senz’anime. Anche Edda l’ho scoperto ieri sera e sempre ad Arezzo: lui, i suoi tic scattosi, le sue urgenze sedate con qualche colpo più violento sulla chitarra.

La mia nudità si intitola “Tu e le rose” e magari incidesse il petto dalla cassa toracica, con una motosega. No – “Tu e le rose” è un bisturi che mi recide il seno dall’attaccatura, lo alza come fosse un blocco unico, arriva là dove pulsa e stacca: vene, arterie e aorta – una ad una, come fossero cavi elettrici.

“Tu e le rose”. Buio.

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I black out costringono la gente a pensare – anche questo l’ho scoperto ieri sera. La realtà è che a mettere insieme i pensieri sbagliati, si finisce in cortocircuito.

 

 

Io e l’amore non c’ho mai voluto niente a che fare (Tu e le rose).

A Edda riesco a passare anche un italiano affrettato. Come il suo parlare da donna e in prima persona, nonostante la voce ruvida – che c’è di strano: dopotutto si chiama Edda, no?

Io sono Edda, questo lo so, è un problema aggiunto a quelli che non ho. Essenzialmente rinascerò, cervo a primavera di sicuro no. (…) Io sono bellissima, issima, ho voluto l’amore ma devo pagare. Ho sognato l’amore, adesso pagare. (Bellissima)

Sul palco salta e balla e ogni tanto gli scappa una felicità da bambino. Sfoga con assoluta libertà quegli istinti tradotti in suoni e parole che mi inchiodano i piedi al pavimento. Sono disperatamente stanca e le disperazioni mi stancano, ma quelle di Edda sono elevazioni, anche se sembrano portarti giù fino al centro della Terra.

Hari hari hari hare, porto il mio coniglio a scuola, rosa! Hey tu, lacrimosa, scegli la spina e non la sposa (Coniglio Rosa)

Finte filastrocche. Rime elementari come decori che sbordano da un fazzoletto di tessuto grezzo. Testi densi, concentrati: sottovuoto.

Non parlare di cose che non capisci, non lo fare. Non parlare che restiamo amici, non fiatare. Non parlare che il silenzio è d’oro, vuoi provare? Non parlare signorino che tu non lo sai fare. Perché adesso io c’ho la malattia che ho preso da te, infettati con me. Signorina magrolina malatina, la tua carne che si scioglie come idrolitina. (HIV)

“Meno male che i brani sono veloci e efficaci, come le pillole”. Non faccio in tempo a pensarlo che già ne sono dipendente, incastrata tra paure e necessità che schiacciano, schiacciano – “Sai che novità?!”

Illumina la notte, non mi lasciare sola. Dormi e vieni su di me, cosa sono chi lo sa? Illumina la notte, non mi lasciare ora. (Dormi e vieni)

La verità è che ieri sera Edda mi ha portata in una dimensione altra, fatta di scherzi e strazi, di giochi e catene. Dentro la superficie, non ancora sotto, esattamente dentro. E lì, esclusa da un cielo che non è cielo e al riparo dalla finzione della realtà,  ho scoperto uno spazio nuovo.

La verità è un’empietà, un’iniezione di eroina senza onestà. (Yamamay)

 

Chi dice la verità non può chiamarsi Rampoldi. (Saibene)