Penitenze / La resa

Lampioni che sembrano lune,
albe disobbedienti in piena notte. 
Giardini d’inverno sfioriti in primavera.

Caparbia e testarda ho curato le foglie
di un fiore che profuma solo in fotografia
– ancora

Ho stretto la morsa, mi sono appesa al sogno
e mi ci sono giocata i denti.

Le mani legate dietro la schiena,
dall’ autodafé all’ impiccagione
la protagonista, sempre io

Con le palpebre socchiuse e stanche
allora, più pesanti di me.

Oggi, una piuma.

 

 

[In copertina: violenza artistica su “No hubo remedio” (1799), numero 24 della serie Los Caprichos di Francisco Goya]

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Scio Però…

Quando ti svegli la mattina, con la voglia di partire e conti alla rovescia le ore che ti separano dal treno.
Quando ti stanchi delle facce, non vedi gli occhi e percepisci solo il fiato.
Quando ti scosti dagli affetti, ti rifugi nella tana e non trovi pace.

Quando ti senti che l’aria manca e hai bisogno di un altro inizio di stagione.
Quando ti salvi solo con il pensiero di andare,
Quando ti scopri afflitto dal troppo amare,
Quando ti soffoca la colpa che sale,
Quando ti scappa di scappare.

Quando ti strazi per uno sciopero, ché avevi pure fatto il biglietto – tanto non lo volevi immaginare.

Però…

C’è sempre qualcosa che avevi lasciato, qualcosa di dimenticato o trascurato, qualcosa da recuperare in quel posto che volevi abbandonare e che invece, sadico e fiero, ti vede tornare.

 

La vita retorika – ovvero, l’eterno ritorno dell’indietro

“È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli”  – Ipse dixit.

Prima argomentazione a favore dell’ateismo agnostico: l’esagerazione. Per chi si pone dalla parte del vero – e, chissà, forse pure dalla parte del giusto – la retorica è altamente sconsigliata. Ingigantire, come pure sminuire, costituiscono un lavoro di fantasia faticoso, ma soprattutto controproducente per chi punta a essere credibile. Una linea più decisa, come un bottone più saldo, si ottengono solo tornando sui propri passi, ribattendo il tratto o ripetendo il punto esattamente dove prima. Certo, l’alternativa oltre a essere più creativa potrà pure essere più attraente – più nuova, rara, per gli animi più artistici forse addirittura unica – ma il rischio di apparire (finto) anziché essere (reale) dovrebbero prenderselo al massimo i politici – vista la posta in gioco – non certo i preti e tanto meno gli evangelisti.

A meno che il caro Matteo – l’evangelista, appunto – non avesse mai frequentato una scuola di cucito o anche solo preso in mano un ago. In tal caso, infatti, avrebbe saputo benissimo che già farci passare un semplice filo per la cruna di un ago (e, visto che si parla di retorica, passatemi pure il pleonasmo) è un’impresa ardita persino per chi gode di ottima vista e mano ferma. Pur sottile che sia, il filo sbatte spesso sulle pareti della cruna – il che già pare un gran successo per chi arriva alla parete interna della cruna, dopo aver lisciato ripetutamente con il filo quelle esterne. Non di rado avviene pure che il filo si rovini, costringendo a leccarne la punta per assemblare le sfilacciature.
Problematiche che rivalutano il primo punto, come il primo pianto, il primo passo, il primo mattone. La difficoltà è infatti già prima: nell’alzare il mattone, nel poggiare il piede, nell’uscire dall’utero, nell’entrare, come un filo, nella cruna di un ago. E un’altra difficoltà sarebbe ancora prima: nel cuocere il mattone, nel muovere la gamba, nel concepire, nel reperire l’ago adatto. E prima ancora: nel assemblare l’argilla, nell’azionare i muscoli, nel trovare l’uomo giusto, nell’avere i soldi per comprare l’ago. E così via a ritroso, scomodando gli atomisti fino a Democrito e alla sua trovata – semplificata – che il contrario dell’atomo è il vuoto.

Ora, ad attenersi alla filosofia primitiva e radicale degli atomisti si finirebbe per eliminare una ad una tutte le sfumature: ci sarebbero solo l’uno e lo zero, l’acceso e lo spento, il caldo e il freddo, la vita e la morte. Una prospettiva oltremodo noiosa e finalmente lontana dalla realtà. Non solo perché le sfumature esistono ma anche per la potenza che hanno sugli elementi, di aggiungere aggiungere (o togliere togliere) fino a farli diventare qualcos’altro. Un ragionamento che porta al paradosso che la vita è retorica o meglio (sfumatura) un eterno ritorno di variazioni sul tema. Lo sono i giorni, lo sono i passi, lo è il mal di testa: tutti uguali a se stessi eppure diversi – pena vivere un giorno solo, camminare un solo passo, patire e basta.

Il che non salva la religione ma rafforza i detti popolari sulla storia maestra e riscatta almeno le sarte e la loro regola che per chiudere un punto si torna indietro. Lo insegnano loro – non il Vangelo.

 

APPENDICE
Dalla parte di Matteo – l’evangelista.

In tutto questo a salvare se non altro Matteo dal corso di cucito – e dalle elucubrazioni di questo post – c’è la teoria di quanti incolpano San Girolamo, traduttore del Vangelo dall’aramaico al latino, per l’esagerazione. Nell’originale, infatti, il concetto di cammello (kamel) non sarebbe stato neppure sfiorato, avendo l’evangelista inteso piuttosto la gomena (kamal) – ovvero la fune grossa e intrecciata, usata per ormeggiare le navi. Un errore che si è ripetuto anche nella traduzione greca dove il cammello kamelos è stato confuso con la grossa fune kamilos. Kami-los – l’eterno ritorno dell’indietro, appunto.

 

KREDITS

Il genio che ha fatto entrare non uno ma ben nove cammelli  (e tanto altro) nella cruna di un ago si chiama Willard Wigan e ne potete leggere qui.