Ingresso a Delfi

Ero partita, convinta che la strada mi avrebbe portata altrove. Delfi come meta non era stata preventivata e non potevo pensare che sarebbe diventata la mia destinazione. “Viaggio verso il nuovo mondo”, mi ero detta – in auto, il pieno di benzina e una valigia leggera: giusto qualche scusante e due o tre paia di moventi.
Esitazioni formali: curiosità e rischio, segnaletiche per una sola direzione.
Traduzioni letterali: tutto da guadagnare e tutto da perdere, sempre verso la solita direzione.
Ho messo la freccia e ingranato la marcia.

Ho rallentato solo di fronte ai cancelli semi-incustoditi. Una guardia distratta faceva finta di non voler farmi passare. “Perché vorrebbe entrare?”, mi chiese con la voce increspata di chi per troppo tempo è stato zitto. “Perché Apollo mi ha chiamata”, risposi sorprendendomi della mia stessa convinzione. Rise di me per questa risposta: “Come sarebbe a dire? Si rende conto di chi è Apollo?” -“So bene chi è Apollo, padrone e patrono di questa città e so altrettanto bene il dazio da pagare per varcare la frontiera.” -“Dunque cosa porta in dono?” -“I miei capelli, scuri come i tronchi dei castagni e spessi come i rami dei salici.” Un sorriso di finto smacco: “Tutto qui? Dei semplici capelli? Cosa mai dovrebbe farci il divino Apollo con i suoi capelli?” -“Sono per la sua cetra.”
Evidentemente questa risposta non l’aveva immaginata.

Una parvenza di esitazione e un controllo di prassi al bagagliaio. “Ha solo questa valigia?” -“Sì, solo questa – semivuota peraltro. Giusto qualche scusante e due o tre paia di moventi, insomma il minimo indispensabile. Non pensavo in realtà di finire qua.” -“Quindi non si tratterrà per molto…” -“Resto finché Io voglio. Resto finché Lui vuole.”