“Quel divino abbandono, con dentro l’ombra”

Un treno che parte, una riproduzione casualmente sadica di canzoni, un tram che non arriva. Mi becco ancora la pioggia: non ho l’ombrello ma non cerco riparo. E’ pioggia di fine agosto: leggera, rinfresca la pelle e l’animo ma non lava le orme. Finalmente non mi difendo più e mi faccio sfiorare. Lascio che mi attraversino i proiettili e ogni foro sulla carne è il seme di un fiore. Tolgo la corazza e rifiuto l’ombrello: non ne ho bisogno, almeno per adesso. Anzi, la pioggia disseta la me che germoglia tra gli interstizi della paura e del passato.

Prenderne consapevolezza  è un orgasmo dolce e spietatamente lucido, un piacere elettrico che ti arriva fino alle punta delle dita e ti rende immobile ma ti nutre il cervello. E’ la presa di coscienza che, come una vacanza non può essere per sempre, la vita non può essere felice – semmai contenta.

Perché la vita contenta è lasciare un letto che ancora sa di liquido seminale e sudore, è una mano stretta forte prima dell’arrivederci, è il segnalibro preferito rimasto nel libro che hai regalato. La vita contenta è una nozione dualista e per questo completa: è la luce che avvolge il buio, il sole dopo il temporale, l’alternarsi di pari e dispari, quello che trovi in fondo alla strada che, al bivio, hai sbagliato ad imboccare. La vita contenta, magari, è ritrovarsi negli insegnamenti di un mito o nel passo di un poema e capire che è dalla pena delle cose umane che nasce la vera bellezza.

(…) E ora la storia che vi contrista di più, l’amore
che vi è negato. Quel divino abbandono,
con dentro l’ombra
.

Nel dormiveglia, lei vicinissima
diventava uno strano paesaggio,
tenero, carnale, profondo, perituro,
fiore.
Nell’essere fiore già l’addio.
Dico, l’amore, tiranno segreto del mondo lassù
volete ascoltare
ancora una volta?

Ve lo ricordate, amici?
Supremo bene,
non allegro, mai.
Perché sarebbe zero se mancasse nel profondo quel pensiero
che un giorno tutto finirà.

Sì pure nel vizio più tortuoso,
per la propagazione della specie
la natura urgeva, ricordando
il comune destino.
La carne è il paradiso
solo perché ciascuno lasci
un altro dietro a sé,
e così al termine della divina congiunzione
l’uomo si vedeva intorno
la palude sterminata nel crepuscolo
sotto la pioggia, e non anima viva
se non due lebbrosi laggiù in fondo.
E suonavano le maledette campane. (…)

Dino Buzzati, Poema a fumetti (1969)

F di Ferragosto

E’ lì, la vedo. La felicità è là dietro, oltre questo groviglio. Allungo una mano: provo ad avvicinarmi, ma trovo solo il cotone. La ragnatela è soffice, ma è appiccicosa. Stendo il braccio e i muscoli si stirano. Lassù non sembra troppo lontano, né quaggiù si starebbe poi così male. Oltre questa rete però, io lo so, c’è un mare.

Anzi, più d’uno: c’è un mare di persone,

c’è un mare di parole,

c’è un mare di sogni,

un mare di giorni,

un mare di idee,

un mare di nuovo.

Anche questo, a suo modo, è un mare. Ma lassù – lo vedi anche tu? – lassù è un altro mare. Un mare dove ci si può tuffare, un mare dove si può nuotare o che puoi navigare, dipende da quanta fatica vuoi fare. Prima però ci sono i rami che non è giusto tagliare, anche se sono così sadici da fartelo solo intravedere, il mare. E prima ancora c’è questa ragnatela meschina, con la sua morbidezza e la sua debolezza. Ma è solo apparenza.

Mi alzo in piedi, il braccio è ancora teso verso lassù – dài, provi anche tu? Mi alzo in piedi e la ragnatela mi avvolge. La rompo: rimane la colla. Dimeno le braccia, non mi pulisco dei brandelli: non c’è tempo per la mia fame di quel mare. La vedo, la felicità, è lì dietro e pare vicina.

Allungo ancora la fisarmonica delle mie vertebre e mi alzo sulle punte dei talloni. Questi rami, solo a guardarli, ti tolgono l’aria dai polmoni. Non sarà facile salire: c’è una trama da infilzare con prudenza e meticolosità. Non si può affondare l’ago dove capita.

Che poi se quel mare mi sembra così bello è anche perché era noioso quello di quaggiù: duro e pieno di aghi, di vespe e di ragni che tessono la tela a un centimetro dal tuo naso.

Dài, alzati anche tu.

Le gambe mi si stendono sempre di più, sono sempre più alta: se continuo così finisco che ci arrivo lassù – sforzati, non te lo chiedo più!

Continuo ad alzarmi, non posso fermarmi. Salgo tra le foglie e qualcuna mi si impiglia nella maglia. Salgo ancora, zigzago tra gli alberi, finché un ramo mi graffia un polpaccio. Sembrava più vicino il mare ma è lì, lo vedo.

Sento già che l’aria è diversa: niente ragni, tanto per cominciare ma anche le scie chimiche sono lontane. Superate anche quelle, allora sì che ci sarà il mare. Io continuo a salire – anche per forza: non so frenare. In fondo però mancherà poco: inizio a sperarlo, almeno, perché non mi sento più laggiù, ma non mi sento neppure ancora lassù.

Ma io continuo a salire

Un po’ più su,

un po’ più su,

un po’ più su.

Ormai tu non vieni più.

Non sono più la diciottenne di una volta

Come riscoprire una vecchia amica. Un po’ come tornare a respirare l’aria delle montagne dove andavi da piccola. Capita che un giorno senti che ti manchi e così, nostalgica dei bei tempi che furono, inizi riassaporando i gusti che ti piacevano all’epoca: film, canzoni, mode ormai fuorimoda e compagnie che ti portano indietro di anni e anni. Certo, c’è da rivisitare un po’, ma è quella sensazione dentro che conta. Una sensazione di freschezza che ti fa venir voglia pure di tornare alla tana e provare di nuovo l’esperienza del blog. Con incontri ed esperienze in più sulle spalle, ma con la consapevolezza che hai ritrovato quelle cose di te che non cambieranno mai e che avevi accantonato.

Senti che stai riappropriandoti della vera te, ma non è destinato ad essere tutto rose e fiori. Come minimo ci rimetterai un po’ di salute mentale, ma guardando all’oggi puoi dire: ne vale la pena.